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La crisi finanziaria, l’efficienza del mercato e il ruolo dell’educazione finanziaria


Elisabetta Righini, Professore ordinario diritto commerciale - Università degli Studi di Urbino Carlo Bo

Diversi fattori hanno contribuito all’emergere del tema dell’educazione finanziaria nel dibattito sulla disciplina dei mercati. Fra essi un ruolo rilevante va riconosciuto alla crisi finanziaria del 2008 e al conseguente clima di sfiducia nei confronti del mondo della finanza.

Questa sfiducia viene incrementata dalla consapevolezza nei cittadini della loro mancanza di familiarità con i concetti e gli strumenti dell’attività finanziaria, densi di tecnicismi, che appaiono distanti dalla vita quotidiana. Questa insufficiente conoscenza determina incertezza ed ansia al momento di adottare decisioni economico-finanziarie e incrementa la diffidenza verso il settore nel suo complesso, ancora di più a seguito degli scandali degli ultimi decenni. A questa insufficiente conoscenza (anche nella popolazione dei Paesi economicamente più avanzati), delle nozioni di base per una soddisfacente cultura finanziaria, si aggiungono le risultanze dell’“economia” o “finanza comportamentale” (“behavioural economics”).

Si tratta di una branca degli studi economici, che si avvale delle scienze psicologiche e neuropsicologiche per analizzare i processi di decisione in campo economico e finanziario. I risultati di numerosi studi hanno infatti messo in evidenza vari bias (errori), disfunzioni e fallacie di carattere cognitivo ed emotivo, diffusi ampiamente fra gli attori del mercato, nelle loro decisioni finanziarie e, in generale, nelle scelte di natura economica. Tali ricerche suggeriscono di riesaminare la teoria tradizionale dell’“efficienza dei mercati”, che presuppone la presenza di soggetti razionali, che dovrebbero agire sul mercato applicando le regole della corretta logica formale nell’adozione delle proprie decisioni. La smentita accuratezza dell’efficient market hypotesis ha quindi comportato il sorgere di numerosi dubbi circa l’idoneità della tradizionale disciplina dei mercati finanziari a regolare il settore.

La disciplina dei mercati finanziari, e di quello mobiliare in particolare, si fonda sul riconoscimento della capacità di risparmiatori e investitori di acquisire, analizzare ed elaborare in maniera adeguata le informazioni. Uno dei principali compiti dei regolatori e delle autorità di vigilanza dovrebbe quindi consistere nel garantire, oltre che la correttezza dei comportamenti da parte degli intermediari e degli emittenti, la quantità e la trasparenza dell’informazione presente sui mercati, sul presupposto che risparmiatori e investitori saprebbero poi in via autonoma processarla correttamente, adottando le proprie decisioni di investimento in maniera efficiente. Questa impostazione è stata quindi sottoposta ad un processo di revisione, cercando di individuare nuove soluzioni e percorsi. Rispetto a questi interrogativi un ruolo particolare è stato riconosciuto all’educazione finanziaria.

L’ educazione finanziaria può infatti svolgere una peculiare funzione non solo informativa, ma anche formativa. L’ obiettivo dell’educazione finanziaria non dovrebbe consistere infatti nella semplice somministrazione di nozioni e informazioni (elementi di cui peraltro la popolazione italiana, come quella dei Paesi finanziariamente più evoluti, appare particolarmente bisognosa), ma anche nella diffusione di pratiche e tecniche educative di debiasing, per contrastare e correggere le disfunzioni e gli errori cognitivi, tenendo conto delle particolari caratteristiche personali e psicologiche dei destinatari. Questo processo potrebbe consentire di rimettere al centro della finanza e del mondo economico le persone dei risparmiatori e dei clienti, nei molteplici aspetti della loro psicologia e umanità.1

[1] Abstract dell’articolo “Le sfide dell’educazione finanziaria” pubblicato sulla rivista AIFIn n. 2/2020  “Marketing & Finanza”.