Human Centricity nel settore assicurativo nell'era della rivoluzione tecnologica e dell'AI
Intervista a:
Nicola Sonedda, Chief Human Capital Officer - CNP Assicura
Ha recentemente scritto un articolo per la rivista AIFIn. Qual è la visione che guida il vostro approccio alla Human Centricity in CNP?
La Human Centricity è per noi una visione valoriale e culturale, non una leva tattica. Crediamo che l’organizzazione debba essere uno spazio che valorizza le persone nella loro interezza, non solo come professionisti, ma come esseri umani portatori di emozioni, fragilità, relazioni, aspirazioni. In questo senso, la persona non è una “risorsa” da ottimizzare, ma un valore da riconoscere e da sostenere nel tempo. L’approccio Human-Centred che portiamo avanti in CNP si fonda su tre pilastri: la cura delle relazioni, l’equilibrio tra vita e lavoro e la corresponsabilità. Riteniamo che l’impresa abbia oggi un ruolo determinante nel creare le condizioni per un benessere reale, che non si esaurisce nel welfare ma che attraversa la qualità dell’ambiente, del linguaggio e dei processi. La Human Centricity richiede dunque un cambiamento profondo nella cultura organizzativa: implica mettere al centro la persona non solo nei processi HR, ma nelle decisioni strategiche, nella gestione dell’innovazione e nella governance stessa.
Il vostro articolo affronta il tema del benessere e in particolare del diritto alla disconnessione. Perché lo considerate strategico?
Perché disconnettersi è oggi, paradossalmente, uno dei gesti più “umanizzanti” che un’organizzazione possa riconoscere. In un contesto segnato da iperconnessione e sovraccarico informativo, il diritto alla disconnessione è diventato un elemento simbolico e pratico di grande valore. Scollegarsi non è solo smettere di lavorare, ma significa legittimare il tempo personale, tutelare la salute mentale, ristabilire una soglia tra la dimensione professionale e quella privata. In CNP abbiamo promosso una cultura della disconnessione come atto di fiducia e responsabilità condivisa: ciascuno è chiamato a prendersi cura del proprio equilibrio, ma è l’organizzazione a dover creare le condizioni affinché ciò sia possibile. Questo approccio si inserisce in una più ampia visione del benessere come componente strutturale della nostra identità, e non come accessorio. Mettere le persone al centro significa anche ascoltare i loro bisogni impliciti, non solo quelli espliciti, e agire di conseguenza con coerenza e sensibilità.
In che modo avete integrato la tecnologia e l’intelligenza artificiale nel vostro modello Human-Centred?
Abbiamo scelto di non subire l’innovazione tecnologica, ma di governarla in modo responsabile e partecipato. L’intelligenza artificiale è un’opportunità straordinaria, ma solo se inserita in un quadro di regole chiare, etiche e condivise. Per questo abbiamo sottoscritto un accordo sindacale sull’AI, uno dei primi nel settore assicurativo, che definisce le modalità di impiego degli strumenti intelligenti, le tutele per le persone, i percorsi di reskilling necessari. La nostra idea è che Human Centricity e AI non siano in opposizione, ma debbano coesistere in un equilibrio evolutivo. La tecnologia deve essere al servizio della relazione, della consulenza, della qualità del tempo umano. A tal fine, stiamo investendo in formazione, ascolto e accompagnamento per aiutare le nostre persone a integrare l’innovazione nel proprio ruolo, senza perdere senso, identità o motivazione. L’intelligenza artificiale non è solo una questione tecnica, ma soprattutto culturale: è da come scegliamo di usarla che si misura la nostra capacità di restare, davvero, Human-Centred.
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